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CAPITOLO XVII

L’esercito Umano in guerra

L’attacco a Nesmar


Il duca di Nesmar fuggì disperato in cerca di aiuto. Il respiro affannoso accompagnò il suo battito cardiaco sconvolto da quello che era accaduto poco prima. Selath riuscì a percorrere a ritroso l’intero tragitto senza l’illuminazione della torcia, non avendo avuto il tempo necessario per prenderla. Le sue vesti larghe e adornate di numerosi ricami gli impedivano di correre con sicurezza. Spesso, infatti, si impigliarono nel muro frastagliato, ma il più delle volte terminarono sotto i suoi sandali facendolo inciampare. Selath aveva poco più di settanta anni, ma il suo fisico magro reggeva bene l’avanzare della vecchiaia. Continuò a correre noncurante dei graffi e dell’escoriazioni che si stava procurando alle gambe e alle braccia. Si sentiva braccato, ma soprattutto sperava ancora di poter aiutare le due guardie che gli avevano salvato la vita o la sua fedele Kcal. Dopo pochi minuti passò vicino alle sue stanze private solo per poter scendere nell’appartamento di Stenim a pochi metri di distanza. Selath, però, si fermò di soprassalto quando vide il comandante dell’esercito ducale scortato da altri quattro guerrieri della guardia bussare con violenza contro la porta del suo appartamento. Il respiro affannato ed il rumore generato dai suoi sandali fecero voltare Stenim e gli altri soldati con le armi spianate prima che lui potesse dire o fare qualcosa.
«Un mostro... ha tentato di uccidermi... Salvate le mie guardie!» Selath tentò di parlare velocemente sfruttando quel poco fiato che gli era rimasto ancora nei polmoni.
Le guardie lo circondarono aiutandolo a reggersi in piedi mentre Stenim aspettò un momento prima di informarlo di un evento molto più grave.
«Forza Stenim! Fa qualcosa, non rimanere lì impassibile. Il mostro è rinchiuso...» Selath non riuscì a terminare la frase. Il comandante lo interruppe bruscamente.
«L’esercito del male sta attraversando la collina Parida. Fortunatamente per noi un esploratore li ha avvistati e ci ha avvertiti in tempo. Nesmar sta per essere attaccata.» le parole di Stenim piovvero come una cascata di pece infuocata nella mente del duca.
«Ho già inviato tre dei nostri migliori cavalieri ad Ovest. Wicoren e Andhar devono essere avvisate immediatamente.»


*   *   *   *


Bartinha, il potente comandante troll, diede l’ordine di attaccare Nesmar subito dopo la mezzanotte. L’esercito del male avanzò portandosi poco a ridosso delle mura della città aspettando che le catapulte aiutate dagli sciamani e dai maghi indebolissero le difese esistenti. Teste di ariete rinforzate con la malta e il ferro furono portate a poche decine di metri dal portone d’ingresso della città. Urla di terrore e confusione echeggiarono in tutta Nesmar dopo che le campane ed i corni suonarono ininterrottamente per l’imminente invasione. La città s’illuminò a giorno. Migliaia di torce e lampade ad olio furono accese dai cittadini spaventati e confusi per l’allarme. Al principio molti di loro pensarono ad una delle solite esercitazioni pianificate dal duca di Nesmar per evitare di farsi trovare impreparato ad un possibile scontro contro l’esercito invasore, ma dopo aver visto per le strade cittadine la presenza di numerosi soldati che inveivano ed urlavano si dovettero ricredere. La popolazione venne fatta trasferire in fretta e furia nel castello ed in particolare negli enormi sotterranei adibiti a questo scopo accompagnata da uomini di fede e da guaritori. I depositi di grano, carne e frutta essiccata ed i pozzi d’acqua avrebbero nutrito e dissetato i cittadini per giorni, in caso di assedio prolungato. Su quest’ultimo punto Stenim era di parere diverso, aveva ricevuto informazioni allarmanti ed inoltre aveva visto con i propri occhi il nemico in avvicinamento, una massa scura di corpi, armi ed armature. Il comandante in capo dell’esercito di Nesmar aveva fatto schierare in pochissimi minuti le sue truppe nei punti nevralgici del castello. Una serie di enormi pentoloni contenenti olio e pece bruciavano innalzando nubi nere di fumo denso. Nell’oscurità notturna decine di bracieri fornivano il fuoco necessario agli arcieri per incendiare le punte delle loro frecce ed attaccare così il nemico dalle alte merlature del castello. L’esercito umano a difesa della città era formato da poco meno di mille individui, divisi tra arcieri, lancieri, cavalleria e genieri. Molti erano alle prime armi, non avevano avuto un addestramento adeguato. Ragazzi ed uomini arruolati per l’imminente guerra e soprattutto per rimpinguare le forze di quell’esercito partito per il Nord con l’intento di sconfiggere l’esercito del male che ora, invece, bussava direttamente alle loro porte.
«Maledizione!» urlò Selath affiancato da Stenim e da altri capitani di compagnia sulle merlature del castello dove spirava un leggero vento.
«Che cosa è accaduto al nostro esercito? Siamo circondati da… quanti ne sono centinaia, ma che dico migliaia e migliaia di creature. Non è possibile che ci sia stata già una guerra.» continuò il duca livido in volto e con la pelle tirata per il nervosismo.
«Non so ancora cosa sia successo al nostro esercito, ma vi assicuro che non ci arrenderemo tanto facilmente.» il volto granitico di Stenim venne illuminato dal fuoco scoppiettante dei bracieri che cedevano un po’ di calore in quella gelida notte. I suoi capelli brizzolati ed ispidi come il pelo di un lupo lottavano contro il vento crescente nella vallata. La mascella volitiva si nascondeva sotto una folta barba ben curata e gli occhi marcati definivano la sua sicurezza e forza d’animo. Selath lo fissò un attimo e fu contento di averlo al suo fianco e soprattutto fu felice di non averlo inviato a combattere a Nord contro l’esercito invasore.
«Serioma, Brand, Sort e Bastian comunicate alle truppe di rimanere calmi e di aspettare i nostri ordini prima di intervenire. Nessuno deve farsi prendere dal panico. Abbiamo provato le strategie di difesa svariate volte e non voglio errori.» il comandante delegò ai capitani di compagnia gli ordini impartiti.
Selath allungò il braccio indicando i mostruosi esseri volanti che si libravano nell’aria notturna sorvegliando o proteggendo l’esercito invasore.
«Come faremo a combatterli? Sono enormi e supereranno le nostre difese murarie in poco più di un battito delle loro possenti ali.» domandò il duca con crescente preoccupazione mentre la sua mente tentava di trovare una risposta alla domanda che aveva appena esposto.
«Se sono fatti di carne ed ossa, e soprattutto se respirano, allora possono morire come chiunque altro.» la risposta di Stenim fu secca e senza possibilità di repliche. Il comandante allungò lo sguardo per osservare le file di arcieri intervallati dai maghi di corte, i fanti che avevano costruito numerose barricate lungo tutto il perimetro delle tre mura di cinta ed infine la cavalleria che occupava tutta la spianata al centro della struttura del castello in attesa di entrare in azione all’ultimo momento.
«Tutto era pronto» pensò Stenim «La battaglia poteva cominciare.»
Come se i suoi pensieri fossero stati percepiti dal comandante Bartinha la battaglia iniziò violenta.
Massi incendiari piombarono sulle mura della città dopo essere stati lanciati dalle enormi catapulte coordinate ognuna da cinque troll. Le mura sussultarono e tremarono, ma resistettero al primo attacco. Stenim guardò impassibile la scena sapendo che a breve quel muro sarebbe stato distrutto insieme a tutta la città. L’unica possibilità che avevano per poter resistere era racchiusa nel castello circondato da ben tre mura perimetrali rinforzate con placche di metallo, senza contare le difese a contorno.
Le catapulte lanciarono nuovamente i massi incandescenti e questa volta, come previsto da Stenim, aprirono una prima breccia nelle mura. L’esercito di Bartinha sollevò le proprie armi in segno di vittoria. Urla di odio e rabbia colpirono i visi angosciati dei soldati atterriti dallo scontro imminente e dalla futura distruzione delle loro case.
«Qualunque cosa dovesse accadere questa notte, sarò fiero di tutti voi.» mormorò Selath a Stenim.
«L’esercito sarebbe contento di sentirselo dire. Urlatelo a tutti loro.» replicò il comandante accennando un flebile sorriso. Stenim conosceva molto bene Selath ed era convinto che le parole del duca avrebbero fatto bene al suo esercito. In alcuni casi le battaglie non si vincono con le armi, ma con il cuore.
Selath non se lo fece ripetere due volte e con quanto fiato aveva in gola tentò di soverchiare il rumore assordante dei bolidi contro le mura e le grida di giubilo del nemico.
«Esercito di Nesmar! E’ il vostro duca che vi parla. Oggi il nostro destino sarà segnato per sempre. Innalziamo i nostri cuori al cielo affinché la nostra libertà e quella delle nostre famiglie possano continuare ad esistere. Sono sempre stato orgoglioso di tutti voi e lo sarò ancora di più dopo questa battaglia qualunque esito possa avere. Forza allora, urliamo fieri e orgogliosi il nostro canto di battaglia. Tutta Thoralays dovrà ascoltarci. Scoprirà che Nesmar, la vostra città, non si arrenderà mai al nemico.»
Un urlo assordante scoppiò tra le file dell’esercito. Le armi vennero sollevate più volte in segno di sfida fino a quando un gruppetto di soldati cominciò ad intonare il canto di Nesmar. Gli stendardi vennero innalzati: due cani inferociti su uno sfondo cremisi. Fu solo per un attimo, ma a tutti sembrò ascoltare il ringhio di quegli animali che da anni avevano difeso la città. Il morale dell’esercito ebbe un sussulto.
Le catapulte del nemico continuarono senza sosta a lanciare i loro macigni mentre gli arcieri orchi ancora distanti incendiarono ogni singolo edificio cittadino. I dardi penetrarono nelle abitazioni, nelle stalle, nei negozi procurando vasti incendi e devastazioni. Gli orsi bruni comandati da un gruppetto di Troll spinsero i due arieti contro il portone d’ingresso della città.
Stenim fissò insensibile la scena terrificante di distruzione insieme a Selath che non mascherò il suo dolore. Il comandante, invece, stava ancora attendendo il momento più opportuno per contrattaccare, ma non aveva fretta. Gli anni di esperienza gli avevano sempre dimostrato che l’impazienza era un’arma in più per il nemico e non poteva permettersi di avvantaggiare ulteriormente l’esercito invasore. Una decina di piccole catapulte, intanto, vennero posizionate vicino alla cavalleria nella spianata del castello cieche di quella massiccia aggressione.
I Troll della guardia nera di Dorak osservarono in arcione ai venti Morantur l’evolversi della battaglia. Bartinha aveva deciso che un loro intervento si sarebbe avuto solo dopo che gli arcieri umani avrebbero contrattaccato. Il comandante troll desiderava una battaglia rapida, ma soprattutto senza troppe perdite. Il territorio umano era vasto ed avrebbero dovuto combattere per molti giorni se non per mesi per conquistarlo completamente. I pensieri di Bartinha si dileguarono quando, all’improvviso, le porte della città cedettero sfrigolando in una miriade di schegge e frammenti di legno ed i primi contingenti di Goblin ed Orchi fecero il loro ingresso a Nesmar.

 

 

 

****Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e a coloro che acquistando il mio romanzo continuano a farlo******

Ultimo aggiornamento (Giovedì 10 Giugno 2010 15:29)

 
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