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OTTAVIO NIETO

 

 

THORALAYS

ODIO SENZA FINE

Libro Primo

 

 

 

Un giorno il battito cadenzato del tempo si è sincronizzato con il mio cuore... Ringrazio i miei genitori  per la vita che mi hanno donato.

 

Quante tinte hanno chiazzato la tela, quante sfumature hanno realizzato un sogno… Ringrazio mio fratello Alessandro per aver disegnato e colorato Thoralays e Gabriel.

 

Quante parole hanno affollato i miei desideri, le mie aspirazioni… Ringrazio mio fratello Fabrizio e mio fratello Gilberto per aver pazientemente letto e criticato i miei racconti.

 

In un attimo un immenso amore ha conquistato la mia anima solitaria… Ringrazio mia moglie per avermi fatto assistere ad un miracolo… Noi ed il nostro piccolo Christian.

 

 

 

 


 

 

Il presente romanzo è opera di pura fantasia.

 

Ogni riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, indirizzi e-mail, siti web, numeri telefonici, fatti storici, siano essi realmente esistiti od esistenti, è da considerarsi puramente casuale.

 

 

 

 


 

 

PROLOGO

 

 

 

Gli occhi di Tommy, scuri come la pece e vivaci come un sole appena sorto, ammirarono estasiati i fiocchi di neve ammantare gli abeti centenari ancorati al terreno. Il naso all’insù era appiccicato alla finestra triangolare del sottotetto che i suoi genitori avevano fatto ristrutturare da poco più di un anno, insieme all’intera villetta di montagna. Il respiro eccitato appannò la vetrata che dolcemente ripulì con il polsino del maglione. Tommy sentì le voci ovattate dei genitori fuoriuscire lentamente dagli stipiti del legno. La botola chiusa sul pavimento ed il parquet opaco gli diedero una sensazione di sicurezza. Appena quindicenne, Tommy era da tutti descritto come un ragazzino decisamente sveglio e furbo, amante del computer, dei puzzle, e dei numerosi libri che affollavano le stanze di casa. Il padre, scrittore di gialli, lo rendeva spesso partecipe, in disaccordo con la madre, degli intrighi che i suoi romanzi celavano. Effettivamente a Tommy non interessava molto quel genere di storie, ma per rendere felice il padre ascoltava senza remore i suoi racconti.

Lo sguardo di Tommy scivolò dalla neve alla bicicletta nuova fiammante: il bellissimo regalo che gli fece sua madre per il Natale oramai trascorso. Era una Mountain Bike con cambio Shimano a otto rapporti, un vero portento. Sotto l’albero i suoi genitori impacchettarono un casco rosso da bici, un oggetto che assomigliava molto ad un elmo utilizzato dai guerrieri spaziali, solo ed esclusivamente per sviarlo dal regalo originale, ma Tommy capì che c’era dell’altro e scese come un torrente in piena in garage dove riposava l’automobile di famiglia. Lì, illuminata dalla luce diafana dei neon, era adagiata alla parete la sua nuova bicicletta di colore rosso e grigio metallizzato che in molti gli avrebbero invidiato. La provò subito, anche se le lancette dell’orologio avevano abbondantemente oltrepassato la mezzanotte e la ricoprì di neve fresca appena caduta.

Tommy si destò da quel ricordo ad occhi aperti e sentì la sua mano stringere un oggetto lungo e sottile con delle piccole scanalature al centro. Era una penna, una magnifica stilografica che suo padre gli aveva regalato sempre per Natale, un buon auspicio per un futuro da scrittore. Lui la sguainò come se fosse una spada e la guardò attentamente. Vide la sua punta affilata brillare come una freccia d’argento e immaginò quel mondo fantastico, un universo di persone, magia e oggetti, che sempre più spesso appartenevano alla sua vita, attraverso la lettura di numerosi libri incantati e nei pomeriggi trascorsi a casa di amici sognando con i giochi di ruolo. A Tommy, però, i giochi e la lettura non bastarono più. Comprese che questi suoi hobby, come la mamma li considerava, erano solo la fonte di un’inesauribile creatività che non riusciva a lasciare una traccia indelebile di essa. Quei pensieri s’insinuarono nella mente giorno dopo giorno e lo aiutarono a comprendere cosa lo avrebbe soddisfatto.

Tommy si allontanò dalla finestra ed emozionato si distese sul parquet continuando ad impugnare la stilografica. Sul pavimento erano adagiati numerosi fogli bianchi sparsi come delle foglie d’autunno su una strada di campagna. Lui ne prese uno portandoselo dinanzi al viso e con un guizzo improvviso rese reale il suo mondo fantastico. Magicamente la stilografica si trasformò in un pennino ed il reame di Thoralays si materializzò.

 

 

 

 

 

CAPITOLO I

Il reame di Thoralays

 

 

 

Tantissimi secoli addietro, il mondo conosciuto era diviso in numerosi reami, alcuni piccolissimi come fazzoletti di terreno ed altri enormi come distese marine. Una regione, tra tutte, raggiunse un tale equilibrio economico e sociale da rendere la convivenza, fra le diverse razze che la popolavano, affascinante e delle volte addirittura piacevole.

Thoralays, fatato per alcuni, benedetto per altri, era attraversato da una catena montuosa chiamata Cairm. Popolato a Sud da Umani, Barbari, Nani, Elfi e Gnomi che avevano instaurato solidi regni, era storpiato al Nord da esseri spregevoli come Orchi, Troll, Goblin e tanti altri. Gli anni trascorsero rapidamente scivolando su un sentiero di pace e felicità. Le creature immonde del Nord fecero perdere le loro tracce evitando di sconfinare in territorio barbaro, popolazione guerriera che aveva creato il suo regno a ridosso delle montagne della divisione, così come fu chiamato in gergo il Cairm. Le razze esistenti a Sud del reame riuscirono a superare gli antichi rancori intrecciando culture e stringendosi in forti alleanze. Sempre più spesso, infatti, capitava di incontrare Umani con indosso abiti di fattura elfica o Nani che brindavano con bottiglie di liquore prodotto dai Barbari. Le locande erano affollate di Elfi e Nani che, brilli, cantavano avventure di età remote, mentre le città brulicavano di negozi dove era possibile reperire oggetti di fattura diversa. I confini morfologici divennero per lungo tempo linee di demarcazione formali segnate sulle mappe, ma non custodite dagli eserciti. Il commercio tra le popolazioni ebbe un incremento straordinario debellando fame e povertà.

In molti crebbe la convinzione che le terre nel Sud del reame fossero sotto l’influsso di un potente incantesimo, altri viceversa si convinsero che le divinità avessero distrutto il male una volta e per sempre, portando la pace e la serenità in ogni luogo.

Questi buoni auspici vennero, però, infranti dall’odio e dall’avidità di potere che si celavano in ogni essere malvagio. Un essere, fra tutti, covò in silenzio e tramò subdolamente spalancando all’improvviso gli occhi di coloro che fino a quel momento avevano creduto che il male potesse essere cancellato. La bestia, il sommo capo del male, l’artefice di una guerra sanguinosa, così molti lo definirono senza averlo mai veduto, riuscì a rimanere nell’ombra appiccando l’odio dove non era presente, gelando gli animi colmi d’amore, straziando famiglie senza alcuna pietà. L’essere astuto capì che l’unione delle popolazioni al Sud sarebbe dovuta sparire. Nessun esercito, per quanto numeroso, potente e feroce, avrebbe mai potuto combattere con la presunzione di sconfiggere, razziare e conquistare l’intera regione di Thoralays scontrandosi contro quei solidi regni del Sud.

Furono inviati emissari del male affinché avvicinassero decine e decine di individui. Poveri balordi o ricchi mercanti, ricompensati con ricchezze inaudite, fecero tacere le proprie coscienze ingannando i loro stessi popoli e divenendo mercenari e spie al servizio del male. Il loro unico scopo fu quello di insinuare dissidi tra le razze, di fomentare gli antichi attriti e di creare incidenti ai confini ancestrali.

Il tempo marciò contro la pace trasformandosi in un importante alleato del nemico. I rapporti diplomatici tra i regni del Sud s’incrinarono a poco a poco fino a sfociare in contrasti ed incomprensioni sempre più gravi.

Gli infiltrati del male acquisirono dall’essere maligno magie oscure per mutare il loro aspetto. In completo anonimato, viaggiarono per numerose città, attraversarono villaggi e penetrarono in locande infime dove le loro dicerie si trasformarono in verità di popolo. Organizzarono numerosi agguati contro accampamenti elfici lasciando prove schiaccianti sulla colpevolezza dell’esercito dei Nani.

La guerra divenne inevitabile. Le accuse violente fra i regnanti si trasformarono in scaramucce tra eserciti. La popolazione elfica si ritirò nei propri confini attendendo l’evolversi degli eventi. L’esercito si preparò al peggio fortificando i castelli e addestrando nuovi soldati. Molte fucine furono costruite per la preparazione delle armi. In pochi mesi la tensione arrivò alle stelle, e quell’armonia tra le razze si sciolse tanto rapidamente quanto la neve al sole.

Gli Elfi furono il primo popolo ad entrare in guerra, dopo il ritrovamento di un accampamento completamente distrutto e incendiato sulle rive del Mare della Tranquillità. In quell’assalto persero la vita quaranta dei loro soldati ed ogni oggetto di valore fu razziato e saccheggiato. Lo scontro fu violentissimo e le orme, ancora fresche, di centinaia di Nani furono scoperte accanto alle asce da combattimento che solo quei guerrieri forti e tarchiati avrebbero potuto utilizzare. Le lame ricurve erano ancora sporche di sangue elfico e lo stendardo reale fu bruciato.

La dichiarazione di guerra fu proclamata dal re degli Elfi in persona, Feryl Indiril che non attese alcuna riunione straordinaria del Consiglio costituita dai vari capi delle fazioni esistenti.

L’esercito elfico, già preparato ed organizzato, si mise subito in marcia. Un’onda di soldati equipaggiati di tutto punto e perfettamente addestrati attraversarono Thoralays come un pericoloso serpente alla ricerca della preda. Gli scudi e le spade riflessero la luce solare formando un’unica lingua di fuoco silenziosa e mortale. Le milizie elfiche raggiunsero le montagne del Roant all’alba del settimo giorno di marcia forzata. Questa catena montuosa era divenuta la dimora secolare dei Nani. Soggiogando la natura, infatti, furono costruite immense città sommerse dalle rocce marmoree. Le città furono protette da costruzioni e trappole progettate dagli stessi ingegneri Nani che in tempi remoti aiutarono anche la popolazione elfica ad edificare strutture contro possibili invasioni. Quel dedalo di città e cunicoli fu reso inattaccabile agli occhi dei più grandi strateghi del reame.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 10 Giugno 2010 15:29)

 
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